Nato nel 1906 a Portogruaro, rivelò precocemente la sua predisposizione verso la scultura, tanto che dopo la licenza elementare un mecenate portogruarese, il conte Valle, ne finanziò gli studi all'Accademia di Belle arti di Venezia, dove si specializzò in scultura e arte musiva. Si trasferì per alcuni anni in Africa Orientale, dove approfondì alcune tecniche espressive. Negli anni '30 espose le prime opere. Soprattutto quelle realizzate nel periodo africano. Nel decennio successivo dedicò la sua arte al mosaico, la quale gli permise di realizzare diverse opere durante il suo soggiorno nel veronese, dove fondò e diresse, fino al '56 una scuola di Mosaico. Tornò a Portogruaro dove morì all'età di 58 anni nel 1965.

In mostra ci sono alcune opere, meno conosciute e di proprietà della galleria comunale, che rappresentano un articolato percorso creativo dello scultore portogruarese. I temi trattati sono diversi, ma tra tutti emergono quelli a carattere popolano e religioso. I contenuti religiosi si trovano così a dialogare con le raffigurazioni di tipo popolaresco, permettendo così alla pittura e alla scultura di trascendere la fede per farla apparire nei volti e negli atteggiamenti di semplici uomini. Ma è con gli altorilievi in gesso, preparatori per le fusioni in bronzo, che Turchetto dà la sua più intensa e viva forza artistica. Turchetto ci appare sensibile al lato cupo e angoscioso dell'esistenza umana, che esprime con una sorta di arcaismo figurale che, se non ci riconsegna le sue esperienze africane, sono comunque l'espressione di una scultura e, in modo particolare, di una pittura che racchiude nella figura umana delle espressività plastiche che rimandano a soggetti umili, semplici, soggetti duri nell'apparire, dai tratti forti dalle sembianze rozze. Di questo stile ne sono espressione molte opere dal contenuto religioso (come la Via Crucis), mentre altre sue pitture, pur evidenziando un'impaginazione alquanto semplice, descrivono i personaggi e soggetti evangelici, con volti appartenenti all'ambiente agreste: è questo il linguaggio che nasce da una percezione intima e personale della propria realtà e che si evolve verso una narrazione molto simile ad una visione che introduce in un mondo nel quale, come artista ha saputo dare un'impronta personale, ma dal quale la sua umana scontrosità lo ha sempre tenuto lontano.

Le sue opere sono integrate nell'arredo urbano della città del Lemene, tanto da diventare dei simboli stessi. Vale la pena di ricordare le due gru in bronzo, sistemate sopra la vera da pozzo del Pilacorte, Il Leone di san Marco sulla colonna in via Martiri, Le due stature sulla fontane davanti la Palestra Mecchia e quella ai Giardini Nievo, nonché i busti in marmo ed in bronzo di Ippolito Nievo, del Mecchia, di Mazzini (ora posta in atrio della Villa Comunale). Inoltre va ricordata la via Crucis, realizzata nel 1962, ma collocata nel duomo di Sant'Andrea cinque anni dopo la morte, il Cristo crocifisso, e la Madonna lignea nella chiesa di san Nicolò.