Portogruaro, per Virgilio Tramontin ha forse rappresentato, oltre che il luogo delle amicizie e dell'impegno artistico (tanto da essere ricordato da Ravazzolo come "il valido conductor che ci trasmise esempi e saggi della sua profonda preparazione umanistica e artistica"), il territorio "delle dolci terre dove il ruvido Friuli si ingentilisce nella Venezia"; quelle stesse terre che l'artista ha saputo, con maestria e con padronanza segnica, raffigurare e descrivere. Un paesaggio che, al pari di molti altri, è stato una sorta di musa tanto da ispirare il suo disegno, la sua mano incisoria. Diversi, infatti, sono le opere che raffigurano luoghi e ambienti di Portogruaro; opere che sanno trasmettere una riservata e personale esistenza all'interno della quale il paesaggio non diventa solamente il luogo della memoria, ma si fa pacata testimonianza di un vivere che si è indissolubilmente legato alle realtà del proprio passato. Portogruaro non può essere considerata solo come il luogo del sentimento o della raffigurazione onirica attraverso la semplice e pura descrizione delle forme che plasmano il paesaggio urbano. L'artista non si limita a descrive solamente l'unione tra architettura e natura, ma fa in modo che la realtà raffigurata diventi pretesto affinchè lo spettatore percepisca quando la natura ed il paesaggio urbano possono proporsi come momenti percettivi indipendenti in grado di comunicare autonomamente delle emozioni. Sarebbe però riduttivo se leggessimo le opere di Tramontin solamente sotto l'ottica dell'immediata percezione visiva o come pura espressività artistica del vissuto quotidiano; sarebbe comunque semplicistico attribuire una lettura così superficiale alle opere di un uomo che ha vissuto esperienze artistiche di notevole importanza sia estetica che sotto il profilo dei cambiamenti linguistico-espressivi dell'arte. Non si può certo dimenticare il suo rapporto con quella Venezia delle innovative e rivoluzionarie Biennali d'Arte della fine degli anni quaranta o degli anni sessanta, ne pensare che la contestazione degli studenti dell'Accademia non abbia seminato qualche dubbio sulla sua concezione dell'arte contemporanea.
Virgilio Tramontin, se da un lato è stato fedele ad una sua personale idea di natura, dall'altro ha saputo elaborare un linguaggio espressivo proprio che ne ha contraddistinto l'operare. Egli non ha rincorso simbologie o metafore dell'essenza umana, ma ha proposto una sua interpretazione dell'ambiente che ancora si manifesta con una particolare semplicità compositiva, quella che scaturisce dalla bellezza della natura e dalla piacevolezza intuitiva del paesaggio; la stessa visione che nasce dall'emozione ed erompe dalla meraviglia dell'ordine naturale delle cose. Credo siano proprio questi gli aspetti che hanno indotto Bertani ad accostare Tramontin al "fanciullino" pascoliano. Come Pascoli, che nelle sue poesie andava alla ricerca delle piccole sensazioni della quotidianità e delle emozioni innocenti, l'opera di Tramontin ci porta ad una visione che va verso una raffigurazione di un paesaggio che segue le cose semplici ma perfette della natura. L'artista non ci propone dunque una visione del paesaggio o della natura capace di creare disorientamento o sbalordimento; Tramontin rappresenta l'equilibrio e la spontaneità della natura stessa presentando, nelle composizioni artistiche, un ordine che non oltrepassa quello dell'immediata osservazione e, nel contempo, non si fa attrarre da possibili o probabili "ricostruzioni" del paesaggio. L'artista non persegue alcun ordine sovrannaturale ne cerca equilibri estetici appartenenti all'arte classica, benché avesse mostrato particolare interesse per tutta l'opera greca, latina o rinascimentale. Non dunque la ricerca dell'effetto compositivo o dello spiazzamento percettivo, ma "un paesaggio domestico di strade alberate, di case raccolte intorno a eleganti campanili, di orti recintati, di vasti campi, ordinatamente coltivati fino all'ultimo confine rappresentato dall'onnipresente Monte Cavallo, vero genius loci dal profilo immutabile, ma il cui volto perennemente cangiante non finisce mai di sorprendere, incuriosire, incantare. Sopra tetti e case, sopra torri e campanili, sopra acque, prati, campi, alberi e montagne, il cielo veneto: alto vasto, trasparente o appena velato, luminoso, benigno". (I. Petrussa, La traccia e il tempo. Conversazioni con Virgilio Tramontin, incisore). Tramontin ha realizzato opere che raffigurano lo stesso paesaggio però in stagioni diverse. Questo modo di procedere ci porta ad individuare dei precisi ed espliciti momenti legati ad un accurato studio degli effetti della luce. L'artista non si serve della luce solamente per dare corpo e consistenza alle forme, bensì è una luce che viene utilizzata per descrivere ed interpretare l'atmosfera dei luoghi narrati. Il tema della luce è stato oggetto di analisi da parte dei molti critici che si sono occupati dell'opera dell'artista sanvitese, infatti se da un lato Bartolini riscontra una luce "cristiana", dall'altro Padovese ritiene che l'artista "recupera tutta la tradizione veneta della luce" mentre Perissinotto parla di un "paesaggio illuminato dalle tenere carezze di una luce crepuscolare" e ancora Trentin individua nella luce "una successione d'interessanti valori cromatici, di dense tonalità plumbee e aspre". Queste interpretazioni non fanno che confermare l'impegno di Tramontin nell'analizzare gli effetti della luce sulle cose e sulla natura. Pare dunque naturale che un pittore di paesaggio indirizzi il proprio fare verso la valorizzazione di quest'importante elemento linguistico, ma va, nel contempo, sottolineato che la bravura dell'artista è quella di personalizzare il linguaggio e di farlo proprio, fino a renderlo distintivo del proprio lavoro. La luce si manifesta nell'essenzialità e pulizia del segno, nella delicatezza e varietà dei piani chiaroscurali, creando, in definitiva quella connotazione naturalistica che contraddistingue il suo lavoro sia di inci-sore che di pittore. La luce assurge quindi a testimonianza di una visione poetica viva e ammaliante. I contrasti si attenuano e contemporaneamente si perdono le ombre proprie di un eccesso di luce; una nuova chiarezza si estende in tutta la superficie fino a dar vita ad un'atmosfera ovattata dove il silenzio e la naturalezza del paesaggio si perdono. La visione inferiore della natura si alterna tra momenti di profonda riflessione e con altri di esperienza viva, generando così un'atmosfera di contemplazione propria di chi nella natura vive e nella natura identifica il proprio esistere. L'opera di Tramontin, in sintesi, non si può certo definire come l'espressione di un linguaggio ripetitivo, segno questo di conservatorismo; la ripetizione del fare, al contrario, manifesta la certezza di un determinato e personale valore estetico. L'artista sanvitese mantiene questo suo rapporto con la natura e la terra circostante (e ragione aveva Pasolini nel dire che "i luoghi tramontiniani conservano tutti i loro dati naturali") ed è nell'opera grafica che si percepisce maggiormente l'unità tra l'uomo e la natura, e per queste ragioni l'espressività artistica si manifesta apertamente "nella concretezza della tecnica incisoria, si muove e si piega ai dubbi e ai pentimenti, s'impunta di fronte a un taglio inatteso, si interroga di fronte a un'impaginazione insolita". (G. Montenero).

Nel giorno di S. Anastasia

diego collovini

cenni biografici

Virgilio Tramontin nasce a San Vito al Tagliamento (Pordenone) nel 1908.

Incisore, pittore, disegnatore, litografo. Sarà soltanto dopo compiuti gli studi di ragioneria a Udine e iniziata ne 1926 la carriera bancaria alla Banca del Friuli a Pordenone e dopo il servizio militare nel corso del quale a Firenze l'incontro con il compagno d'armi Bruno Molajoli, personaggio, già allora di grande cultura, amico di Bernard Berenson, e futuro Direttore generale delle Belle Arti d'Italia, al Ministero della Pubblica Istruzione, si rivelerà decisivo per le proprie definite scelte artistiche, che egli inizierà nel 1930 ali studi all'Accademia di Belle Arti di Venezia.

All'Accademia avrà come insegnanti Virgilio Guidi per la pittura, settore nel quale, tuttavia, assai importante si sarebbe rivelata l'influenza esercitata da un personaggio assai notevole quale fu Umerto Martina e Emanuele Brugnoli per l'incisione. Nel 1941 Giovanni Giuliani, succeduto nel 1932, a Emanuele e Brugnoli chiamerà Virgilio Tramontin quale proprio assistente alla cattedra d'incisione dell'Accademia di Venezia, incarico che egli manterrà sino al 1952-53. Si sarebbe venuta cosi avviando una vicenda culturale chiamata, nello sviluppo di un impegno concretatosi in un complesso d'oltre cinquecento lastre all'acquaforte, a porlo, assai presto, tra le più significative personalità dell'incisione veneta e italiana.

Una vicenda artistica che nutrita dagli incontri e contatti con notevoli personalità della cultura nel campo delle arti figurative a Venezia e fuori Venezia, ad esempio quali quelle di un Balsamo Stella, all'Istituto d'arte dei Carmini, di un Guido Cadorin, di un Bruno Saetti, del grande storico d'arte Giuseppe De Logu, di un Pier Paolo Pasolini, di un Carlo Alberto Petrucci, avrebbe visto Virgilio Tramontin anche all'infuori del campo incisorio, affermarsi quale uomo di profonda cultura, tra i maggior, conoscitori della pittura friulana del quattrocento e cinquecento.

Neqli anni 1950-1953 sarà con Tranquillo Marangoni e Giorgio Trentin, Remo Wolf, Giuliano Giuliani, Mario Dinon, Lino Bianchi Barriviera, Neri Pozza, Tono Zancanaro, tra i promotori di quegli incontri, a Venezia, che avrebbero portato alla costituzione di quel movimento dell'Associazione degli Incisori Veneti, assai presto, condotto ad affermarsi quale uno dei punti di riferimento, più significativi, nel campo degli sviluppi dell'incisione italiana.

Presente a tutte le maggiori manifestazioni nazionali ed internazionali d'arte incisoria in Italia e all'estero con molteplici riconoscimenti.

Muore a San Vito al Tagliamento nel marzo del 2002.